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IN CANTINA ALLA SCOPERTA DELLA CIVILTÀ SANNITA “Questa ruralità della gente molisana è l’origine dei suoi difetti e delle sue virtù”. Lo scrive nel 1941 per Il Giornale d'Italia il giornalista molisano Francesco Jovine. Tra di loro si respira “un’aria di medioevo contadino, domestico e livellato; probo, tenace, fortemente attaccato alle tradizioni, fedele alle antiche leggi dell’ubbidienza”, prosegue lo scrittore tracciando un quadro della regione non solo funzionale a un uso narrativo, ma sintesi storica di processi di lunga durata che hanno segnato la storia del Molise. Discendenti dei Sanniti, la leggenda sulle origini dei molisani ha tracce di sapore biblico. I Sabini, vinti gli Umbri e attiratisi per questo l’ira di Marte, vagano dietro le orme di un bue, come aveva indicato l’oracolo. Gli emigranti arrivano nel Molise, chiamato allora Terra degli Opici (Osci), e lì si stabiliscono essendosi, il bue sacro, fermato in prossimità di un colle chiamato Sannio. La terra è fertile, ricca di acqua, con pascoli abbondanti nelle zone montane vicine. Nasce così Boiano (famosa oggi per il fiordilatte) in onore del bue sacro. I Sanniti, che secondo alcune fonti sono costituiti da quattro tribù, Pentri, Caudini, Caraceni e Irpini, non formano tuttavia uno stato unitario; sono infatti organizzati in una confederazione che è una vera spina nel fianco per i Romani. Ma tra le spine, il fiore all’occhiello sono i vitigni locali, che danno alla luce vini dai nomi appunto sanniti. Tre Doc, il Biferno, il Molise e il Pentro d’Isernia, e due Igt, Osco o Terre degli Osci e Rotae. La fioritura del Contado molisano risale a Federico Barbarossa e al nipote Federico II, dopo la morte del quale, nel 1250, Corrado IV prima, e Manfredi poi, continuano la lotta contro i feudatari fino all'arrivo degli Angioini. La sconfitta e la fuga di Renato d'Angiò nel 1442 portano il Contado sotto il dominio di Alfonso, re di Aragona e di Sicilia. Negli stessi anni, spinte dall'avanzata turca che devastava la penisola balcanica, numerose famiglie in fuga dalla Dalmazia e dall'Erzegovina sbarcano sulle coste molisane e si stanziano nell'entroterra di Termoli. I piccoli centri di San Felice e Montemitro, sorti dagli insediamenti slavi, conservano gelosamente ancora oggi usi, tradizioni e lingua di origine. Nel Seicento, sotto gli Spagnoli, il Contado di Molise forma una provincia del Regno di Napoli, dal quale, però, i molisani si sentono distanti per tradizioni e storia. In questi anni si va formando, soprattutto fra gli intellettuali, la coscienza di un Molise come entità a sé, sentimento che si rinvigorisce con il riconoscimento dell’autonomia molisana nel 1806-1811 a opera di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Dopo l’Unità d’Italia, il Molise deve ancora lottare per difendere un’identità che il nuovo Stato unitario sembra rimettere in discussione con l’aggregazione all’Abruzzo, artificiosa e priva di supporti storici. Al centro di questo conflitto politico e storico vi è in realtà una forte tensione sociale scaturita dall’attrito tra le masse rurali e una debole borghesia urbana per il controllo della terra. Una superficie agraria esigua, il declino della pastorizia e l’abbandono della montagna regalano al Molise del secondo dopoguerra il primato del più alto tasso di emigrazione. Tra il 1946 e il 1986 abbandonano la regione più di 260 mila persone. I segni della svolta avvengono all'inizio degli anni ’70, quando i primi insediamenti industriali, lo sviluppo del terziario e un basso indice di criminalità creano le condizioni favorevoli per l’uscita della regione dallo stato di isolamento. Ma altri primati l’attendono: il più alto indice di popolazione anziana e di pensionati rispetto al quadro nazionale e il più basso tasso di natalità. La valorizzazione dell’identità locale passa quindi per altri indicatori; tra questi una originale gastronomia e la persistenza di valori della civiltà contadina di risparmio e sobrietà, utilizzabili per costruire una propria autonomia. In cucina si torna indietro nel tempo assaggiando la pancetta, i salumi molisani, la ventricina e il meno conosciuto “saggicciotto”. A Ferrazzano, 70 chilometri da Campobasso, batte il cuore della salumeria molisana che è la ferrazzanese, salsiccia preparata con carni di maiali allevati in modo tradizionale e aromatizzata con semi di finocchio. Lasciandosi guidare dal proprio gusto e dal proprio olfatto, si prosegua per Rionero Sannitico dove le celebri salsicce di fegato meritano una tappa di un viaggio che si conclude ad Agnone e Capracotta, patria dell’omonimo pecorino e dei formaggi vaccini: burrino, scamorza molisana e caciocavallo.
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