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DAI PIACERI DELLA CANTINA A QUELLI DELLA TAVOLA, UN CRESCENDO ROSSINIANO PER IL PALATO

Poesia, musica, cucina: eteree le prime due arti, materica la terza, sono loro a forgiare lo spirito marchigiano, offrendo al mondo uno spettacolo dai canoni estetici, melodici e culinari semplici e intensi. Ad esempio uno dei più grandi maestri marchigiani della lirica settecentesca, Gioacchino Rossini, fu anche l’inventore di un piatto di maccheroni entrato nella leggenda. “Rossini appariva… - scrive un nobile francese del Settecento, Fulbert Dumonteil, - afferrando una siringa d’argento con la sua mano grassoccia. La riempiva di purè di tartufi e pazientemente iniettava in ogni cilindro di pasta questa salsa incomparabile. Poi, riposti nella casseruola come un bambino nella culla, i maccheroni finivano la cottura in mezzo ai vapori inebrianti. Rossini rimaneva lì, immobile, incantato, sorvegliando il suo piatto prediletto…”. Con i suoi maccheroni, Rossini centrò il bersaglio più del suo Guglielmo Tell, entrando anche nella storia dell’alta cucina.

A torto dunque quella marchigiana viene considerata una cucina di frontiera, stretta tra quella romagnola a Nord, quella abruzzese a Sud e quella umbra alle spalle. Il menu marchigiano è un vero “pastiche” melodico–culinario. Le olive ascolane danno il la, seguite in crescendo dai vincisgrassi, lasagne condite e leggere che duettano con gli gnocchi di patate al tartufo di Acqualagna, una zona di 50 chilometri che è il luogo di nascita del 90% dei cani da tartufo italiani e conta 200 tartufaie artificiali. I tartufi, bianchi e neri, precedono il trionfo corale di crostini di cacciagione o di Prosciutto di Carpegna (prodotto Dop di cosce di maiale lavorate secondo una tradizione che risale al XIV secolo), mentre l’acquolina sfuma pianissimo in un finale di torte cotte al forno dopo essere state farcite con formaggio (pecorino o Casciotta d’Urbino Dop, che tanto piaceva a Michelangelo da spingerlo ad acquistare dei terreni nel ducato d’Urbino pur di trovarla quotidianamente in tavola). La melodia di questa sinfonia culinaria scuote il sangue e il palato del viaggiatore già inebriato dai vini marchigiani.

Sulla strada che parte da Ascoli Piceno, città di quel Cecco Angiolieri - amante del vino marchigiano Doc al punto da gridare al mondo nelle sue rime: “Non vorria se non greco o vernaccia/ ché mi fa maggior noia il vin latino,/che la mia donna quand’ella mi caccia” - giungiamo nell’entroterra che va da San Benedetto del Tronto a Senigallia, nell’enclave enologico del principe dei Doc, il Rosso Conero. Da questo si differenzia il confratello Rosso Piceno per il colore meno carico e la superiore gradazione alcolica.

Oltre Civitanova Marche verso Tolentino, si punti per Macerata su Recanati perché su queste terre, in aggiunta alla famosa siepe dell’“Infinito” di Giacomo Leopardi, si stendono a perdita d’occhio i vigneti di uve recanatesi, con le quali ogni contadino produce il “suo” Rosso Piceno.

La Val d’Esino invece dà i natali ad altri due splendidi vini di qualità, il Verdicchio dei Castelli di Jesi e quello di Matelica. Una tentazione troppo forte per il povero Cecco Angiolieri, che non biasimeremo se l’ultimo vizio che gli rimase in povertà fu quello del bere… “del qual – cantava affranto ma in fondo lieto - me n’abbia Iddio per escusato…”.

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