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DOLCI E VINI A PROVA DI “GRAN RIFIUTO” Celestino V, eletto Papa nel 1294, si dimise poco dopo, e, passati tre anni di eremitaggio, scelse come luogo di meditazione il Monte Morrone nei pressi di Sulmona. A l’Aquila si festeggia ancora la Festa della Perdonanza, in memoria dell’unico Giubileo celebrato fuori Roma, con cui Celestino concesse il perdono ai poveri e ai diseredati che fino ad allora non avevano potuto comprarsi le indulgenze. Le ragioni del gran rifiuto di Celestino V, celebrato da Dante nella Divina Commedia, sono ancora sconosciute, ma è probabile che l’uomo che fu per poco tempo “il buon pastore” di queste terre di adozione avesse ereditato da esse la dolce mitezza che forse gli impedì di subire gli intrighi e le astuzie del soglio di Pietro. A Sulmona oggi si consumano in realtà molti peccati di gola. Dai confetti, tanto pregiati nel Rinascimento che chiudere il pranzo servendoli come dessert era segno sicuro di distinzione, fino ai torroni. Guardiagrele è invece nota per “le sise delle monache”, ottimi dolci farciti, mentre nel teramano si assaggia uno squisito castagnaccio. Del resto i francesi vennero a ficcare il naso da queste parti prima di inventare le snobissime “crêpes”, che altro non sono che crespelle teramane. I dolci abruzzesi si accompagnano in “liaisons dangereuses” ai vini Doc, affiancati da generosi vini contadini. Le cantine d’Abruzzo hanno scoperto già da tempo che le uve regionali possono produrre vini di qualità. A fare da traino, un grande rosso, il Montepulciano d’Abruzzo, un nobile bianco, il Trebbiano d’Abruzzo, e un vino che ha fatto storia, il Controguerra. Pare che quest’ultimo fosse il vino preferito dal bisentino Pilato e dal conterraneo Ovidio, che cantò la ferace bellezza delle uve e dei vitigni abruzzesi nel libro II degli “Amori”. Ed è amore ciò che si tramanda di cantina in cantina nelle zone di produzione del Marsicano e della Peligna, terre madri di pregiati Igt come i Colli del Sangro, il Valle Peligna e le Colline Teatine (che danno il nome anche a un olio Dop raffinato, come è l’Aprutino pescarese). Peccato che D’Annunzio, il vate abruzzese, fosse astemio. Lui che tutta la vita coltivò l’eleganza ed ebbe numerose amanti, per elogiare i vini natii non trovò niente di meglio che queste parole: “Non li conosco, ma l’odore basta a inebriarmi”. Ci crediamo che poi brindasse con l’acqua.
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